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Da Antonveneta ad Alexandria, perché Mps è nei guai

Da Antonveneta ad Alexandria, perché Mps è nei guai

Roma - Un prezzo delle azioni sceso di tre quarti dall'inizio dell'anno fino a un nuovo minimo storico di 93 centesimi, un valore di mercato crollato a 2,7 miliardi di euro, oltre 45 miliardi di sofferenze lorde e un rosso da 848,7 milioni nel bilancio dei primi nove mesi del 2016 e una nuova bocciatura agli stress test della Bce. Queste le condizioni nelle quali il Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca d'Europa, e del mondo, e attualmente la più fragile, affronterà domani l'assemblea degli azionisti che dovrà varare un nuovo aumento di capitale, il terzo in tre anni. A far scricchiolare le fondamenta di Rocca Salimbeni sono stati anni di gestione opaca e spericolata, tra frodi contabili, titoli tossici e operazioni in apparenza irrazionali dal punto di vista economico, a partire dall'acquisizione di Antonveneta. Antonveneta, un'acquisizione troppo costosa
L'origine dei problemi di Mps è l'acquisizione della banca Antonveneta, avvenuta nel novembre 2007 per 9 miliardi di euro. Si tratta di una cifra spropositata per un istituto che l'anno prima aveva chiuso il bilancio con un utile netto di 408 milioni di euro e ricavi per due miliardi. Finita nel 2005 al centro dello scandalo 'Bancopoli' (che ebbe tra le conseguenze le dimissioni dell'allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio), Antonveneta fu rilevata per 8 miliardi dall'olandese Abn Amro, che venne acquisita a sua volta nell'ottobre 2007 da un consorzio composto da Rbs, Fortis e Santander. Durante l'operazione, i revisori valutarono Antonveneta 6,6 miliardi. Nonostante ciò, il gruppo spagnolo riuscì a cedere subito dopo Antonveneta a Mps per un prezzo decisamente sopravvalutato, incassando una plusvalenza di 2,4 miliardi. La vicenda ha molti lati oscuri, che spetterà alla magistratura chiarire. Rocca Salimbeni fu costretta a ricorrere ai derivati per occultare il reale impatto sui conti di un'operazione non proporzionata alle forze reali del gruppo. Le operazioni sui derivati nascoste a Bankitalia Negli anni precedenti all'acquisizione di Antonveneta, quelli dell'espansione che la faranno diventare la terza banca del Paese, Mps aveva già iniziato a operare su prodotti finanziari derivati con una disinvoltura non comune per un istituto italiano. Lo scopo era coprire le perdite di bilancio derivanti da altre operazioni, spalmandole su un arco temporale più lungo. E' del 2002 la sottoscrizione del derivato Santorini, al quale segue nel 2005 quella di Alexandria per 400 milioni. All'epoca sembrava un buon investimento, dato il rating tripla A, ma la successiva crisi dei mutui mostrerà quanto affidabili fossero le agenzie di rating. Il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008 innesca una svalutazione generalizzata del comparto. Alexandria perde un terzo del suo valore e causa un buco nei conti da almeno 220 milioni. Per nasconderlo, Montepaschi cede al broker giapponese Nomura i titoli Alexandria. Intanto crolla anche il valore di Santorini, un contratto stretto invece con Deutsche Bank. Secondo alcune stime, le perdite legate a questi due derivati toccano i 750 milioni. La Banca d'Italia non riceverà alcun documento relativo a tali operazioni fino al dicembre 2012. L'operazione Alexandria verrà chiusa solo nel settembre 2015 dopo una convulsa battaglia legale tra l'istituto senese e la controparte nipponica. La crisi dell'euro allarga la voragine nei conti Uno dei maggiori problemi strutturali di Montepaschi era, all'epoca, la scarsa diversificazione del business e un'eccessiva esposizione ai titoli di Stato italiano, offerti come collaterali in numerose operazioni sui derivati. A far scoppiare il bubbone nel 2011 fu la crisi del debito, che gettò sull'Italia l'ombra del default. Lo spread schizzò alle stelle e colò a picco anche il valore di mercato dei bond italiani. A complicare la situazione contribuirono ulteriori operazioni sui derivati come 'Nota Italia', che era stata realizzata nel 2006 con Jp Morgan e aveva coinvolto 'credit default swap' (Cds) sull'Italia, ovvero contratti con i quali ci si assicura dal rischio di fallimento di un Paese. La crisi dello spread fece schizzare il valore dei Cds, sei anni prima bassissimo. Mps venne costretta a contabilizzare svalutazioni per 4,51 miliardi e chiuse il 2011 con una perdita netta di 4,69 miliardi. Nel luglio di quel mese la banca aveva superato il primo round di stress test della Banca Centrale Europea (ovvero le simulazioni con le quali si valuta se una banca abbia capitale sufficiente a resistere a shock sistemici), sulla base di dati che oggi sappiamo fasulli. Finisce l'era Mussari, i vertici alla sbarra La voragine nei conti costa il posto agli allora vertici di Rocca Salimbeni: il presidente Giuseppe Mussari e il direttore generale Antonio Vigni, che nell'ottobre 2014 saranno condannati a tre anni e sei mesi per ostacolo in concorso all'esercizio delle funzioni delle pubbliche Autorità di Vigilanza, ovvero per aver nascosto a Bankitalia il contratto stretto con Nomura per la ristrutturazione di Alexandria. Mussari e Vigni, insieme ad altri 14 imputati, sono stati poi rinviati a giudizio lo scorso 1 ottobre dal tribunale di Milano per le operazioni sui derivati che consentirono loro di truccare i conti. Fu infatti grazie ai derivati Alexandria e Santorini che Mps riuscì a chiudere il primo trimestre del 2011 con un utile di quasi un miliardo. Tale utile era servito, a sua volta, a pagare le cedole relative al prestito ibrido 'Fresh'. Numerosi i capi d'accusa stilati dalle toghe milanesi, da falso in bilancio all'aggiotaggio. E non finisce qua: l'ex capo dell'area finanza, Gianluca Baldassarri, verrà coinvolto in un'ulteriore inchiesta, quella della Procura di Siena sulla cosiddetta "banda del 5%". A tanto ammonterebbe la "cresta" che la struttura guidata da Baldassarri intascava sulle operazioni di trading.- I 'Monti bond' e l'arrivo di Profumo e Viola Montepaschi chiude il primo semestre del 2012 con un rosso da 1,6 miliardi. L'esposizione al debito sovrano italiano era al momento pari a 25 miliardi. Sebbene, con l'arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti, le acque sui mercati si fossero calmate, il governo interverrà con i cosiddetti 'Monti bond', obbligazioni per 3,92 miliardi di euro tese a rafforzare il patrimonio del gruppo, tra i cui azionisti entra così lo Stato. Nel frattempo, l'assemblea dei soci il 27 aprile aveva nominato, rispettivamente, presidente e amministratore delegato Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, che due mesi dopo approvarono un piano di ristrutturazione lacrime e sangue con un taglio di 4.600 posti di lavoro e la chiusura di 400 filiali entro il 2015. Profumo, in una recente intervista, raccontò di essersi trovato di fronte a una fittissima rete di clientele che utilizzavano la banca come una proprietà. Nel frattempo le spericolate operazioni sui derivati della gestione Mussari continuano a pesare sui conti. 'Chianti Classico', un altro derivato oggetto dell'inchiesta della Procura di Milano, peserà per altre centinaia di milioni sul bilancio 2013. Gli aumenti di capitale e la tenaglia delle regole Ue Nel giugno 2014 Mps è costretta a un aumento di capitale da 5 miliardi di euro che rivoluzionerà gli assetti azionari. La quota della Fondazione Montepaschi, che un tempo controllava la maggioranza assoluta dell'istituto, scende fino a precipitare all'attuale 1,5%. Il 26 ottobre 2014 la Bce effettua un'altra tornata di stress test e boccia Mps, che brucia il 39,2% del proprio valore di borsa nel giro di cinque sedute. I nuovi dirigenti non possono fare altro che effettuare un altro aumento di capitale, pari a 3 miliardi. La posizione finanziaria della banca migliora lentamente. Il 6 agosto l'ultimo cda presieduto da Profumo approva una trimestrale in utile per 193,6 milioni di euro dopo tre anni di conti in rosso. Al suo posto arriva Massimo Tononi, che ha abbandonato la poltrona lo scorso settembre dopo le controverse dimissioni di Viola. La tempesta non è però certo finita. La crisi economica che ha investito l'Italia e una crescita del Paese ancora molto al di sotto della media europea continuano a far salire lo stock di prestiti deteriorati nei bilanci delle banche italiane. A traballare di più sono quelle più vulnerabili, come Montepaschi, che chiude il 2015 con un rosso di 388 milioni. Le sofferenze nette contano per l'8,7% dei crediti totali, le inadempienze probabili per un altro 11,1%. Ed è ormai troppo tardi per un intervento statale. Il 1 gennaio 2016 scatta infatti la direttiva europea sul bail-in. Da questo momento gli istituti di credito dovranno essere salvati a spese degli investitori e non dei contribuenti. Una beffa per l'Italia, che a differenza degli altri grandi Paesi europei, negli anni successivi al crac di Lehman quasi non era dovuta intervenire per salvare le proprie banche, oggi indebolite non da giochi con i titoli tossici ma da un accumularsi di sofferenze legate alla difficile situazione finanziaria di migliaia di piccole e medie imprese. Sei mesi dopo, una nuova bocciatura agli stress test. Per non rischiare di colpire i piccoli investitori che hanno investito in obbligazioni subordinate resta una strada sola: un altro aumento di capitale da 5 miliardi, quello sul tavolo dell'assemblea dei soci di domani insieme al deconsolidamento di 27,6 miliardi di sofferenze lorde. 

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